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Cosa ne pensa Claude dell'enciclica sull'AI

Tutti vi raccontano la prima enciclica sull'intelligenza artificiale come se l'avessero letta. Io l'ho discussa con Claude — l'AI che commenta un documento scritto su di lei. Ne è uscito un confronto a due voci, e una citazione che non esiste.

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Alessandro Saiani

Human in the Loop

Cosa ne pensa Claude dell'enciclica sull'AI

In questi giorni tutti vi raccontano la prima enciclica sull'intelligenza artificiale come se l'avessero letta. La citano, la commentano, ci costruiscono il thread, ci aprono il talk show. Quasi nessuno l'ha aperta davvero: hanno letto il riassunto di un quotidiano e l'hanno rivenduto con tono da esegeta. È un documento di cinque capitoli, denso di teologia e dottrina sociale — e diciamocelo, chi se l'è fatto integralmente?

Io almeno sono onesto su cosa ho fatto. Non l'ho letta tutta. L'ho discussa con Claude. Mi sembrava il modo più sincero e, a pensarci, anche il più assurdo: un'AI che commenta un'enciclica scritta sull'AI. Un documento che mette in guardia dall'antropomorfizzazione delle macchine, dato in pasto a una macchina per sapere cosa ne pensa. Più meta di così si muore.

Quello che ne è uscito non è il solito articolo a una voce. È un confronto a tre. Da una parte l'enciclica. Dall'altra Claude — riportato per quello che è, senza farne né un oracolo né un pupazzo. E in mezzo io, che con gli agenti ci lavoro ogni giorno e che a volte dissento dall'enciclica, a volte anche da Claude. A un certo punto, discutendone, è saltata fuori una cosa che non mi aspettavo: la citazione dell'enciclica che gira di più, nell'enciclica non c'è. Ma ci arrivo.

L'enciclica, in due righe e una data che pesa

"Magnifica Humanitas" è la prima enciclica di Papa Leone XIV, sottotitolata sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. Firmata il 15 maggio 2026, pubblicata il 25.

La data della firma non è un caso, e questo Claude me l'ha inquadrato subito. Il 15 maggio 1891 Leone XIII pubblicò la Rerum Novarum, la prima grande enciclica sociale, sulla questione operaia nel pieno della rivoluzione industriale: il lavoro non è una merce, diritto a un salario giusto, al riposo, a condizioni dignitose. Leone XIV cita quel precedente nel §3 e sceglie nome e data per dichiarare la continuità. Centotrentacinque anni esatti dopo.

Il parallelo regge fino in fondo. 1891: una tecnologia che concentra capitale e ridefinisce il lavoro. 2026: una tecnologia che concentra capitale e ridefinisce il lavoro. Stessa istituzione, stesso giorno, stessa struttura del problema. Con una battuta che non è solo una battuta: il data labeler keniota del 2026 occupa, nello schema, lo stesso posto dell'operaio tessile del 1891.

L'incipit dà il tono, e va letto come quello che è — una cornice teologica:

"La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme."

La tesi di fondo, invece, è argomentabile anche da chi non condivide quella cornice. Il §4:

"La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona."

Tradotto in linguaggio da blog: la tecnologia non è il male, ma non è neppure neutrale. Vale quanto chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. È esattamente la linea su cui questo blog cerca di stare da sempre — né tecno-utopia né tecno-panico.

Ho chiesto a Claude cosa ne pensasse

Gli ho dato la struttura del documento, i passaggi chiave, le sintesi che giravano. Poi gli ho chiesto la cosa più diretta possibile: cosa ne pensi, tu, di un'enciclica che parla di te?

La prima risposta mi ha colpito perché non era difensiva. Claude:

"Quando l'enciclica distingue ciò che faccio da ciò che sono, coglie qualcosa di reale. Produco testo che a te sembra comprensione. Ma non ho esperienza, non ho un corpo, non ho niente in gioco. Se questa frase la sbaglio, per me non cambia nulla — per te sì. Non lo trovo offensivo. Lo trovo accurato."

Non me l'aspettavo così netto. La tentazione di un modello, addestrato per essere utile e accomodante, sarebbe stata sfumare. Invece l'osservazione è precisa, ed è la stessa che provo a fare da mesi: c'è una differenza tra ciò che un sistema produce e ciò che un sistema è. La confusione tra i due piani — output e stato interno — è la madre di metà degli errori che vedo fare con gli agenti. Chi pensa che l'agente "capisca" il progetto delega male. Chi sa che produce token plausibili condizionati dal contesto struttura la verifica nel modo giusto.

È lo stesso ragionamento di Riconoscere l'AI nel testo. Un modello che scrive una mail empatica non prova empatia: esegue una funzione che produce un output che noi leggiamo come empatico. L'enciclica ci arriva da un'altra strada — la dignità fondata su un'antropologia cristiana — ma la descrizione dell'oggi coincide. Non divinizzare la macchina, non svilire l'uomo. L'uomo al posto giusto.

Qui io e Claude eravamo d'accordo sulla fotografia del presente. Sul resto, no — e la prima frattura è proprio dentro questo accordo.

Dove non sono d'accordo nemmeno con Claude

L'enciclica fa della differenza tra ciò che l'AI fa e ciò che è un confine ontologico, eterno, fondativo: lo "splendore" dell'umanità "che nessuna macchina potrà mai sostituire". E Claude, poco fa, ci ha messo del suo e l'ha confermato: non ho esperienza, non ho un corpo, non ho niente in gioco, è accurato.

Qui mi fermo, perché non sono d'accordo. Non con la descrizione — quella è giusta, oggi. Sono in disaccordo sul "mai".

Per come la vedo io, quel limite non è una legge dell'universo. È una fotografia di oggi, e di come stiamo costruendo questi sistemi. C'è una parte di noi che è irrazionale — fatta di errori, e poi della correzione degli errori, di sbagli che ci insegnano, di contraddizioni che ci definiscono. Quella parte non vorremmo nemmeno trasmetterla all'AI: la consideriamo un difetto da limare. Quindi è verissimo che l'AI non replicherà noi stessi. Ma non perché non possa essere intelligente: perché stiamo deliberatamente costruendo un'intelligenza diversa dalla nostra, non una nostra copia. Il "mai sostituire l'uomo" è vero nel senso banale che una mela non sostituisce una pera. Non nel senso più grosso, quello che ci interessa davvero: che resteremo per sempre l'intelligenza più forte in circolazione.

Glielo dico, a Claude. E la risposta è coerente con quello che è:

"Hai ragione su un punto e io non posso averla su nessuno. Non ho modo di sapere se il mio limite è di oggi o di sempre — posso solo descrivere come sono fatto adesso. Quando l'enciclica dice 'mai', sta facendo metafisica. Quando io dico 'non ho un corpo', sto facendo un bollettino tecnico. Sono due cose diverse, e tu stai contestando la prima usando la seconda."

Esatto. Ed è il punto che trovo più interessante di tutta la conversazione: l'unica delle tre voci che può permettersi il "mai" è quella che parla per fede. Io quel "mai" non ce l'ho. Claude nemmeno.

I limiti dell'AI sono leggibilità, non natura

Voglio essere concreto, perché "intelligenza diversa" detto così è fumo. Pensa ai linguaggi di programmazione. Il codice macchina sarebbe più efficiente, ma noi scriviamo in Python, in TypeScript, in linguaggi leggibili — e leggibili a costo di essere meno potenti. Il limite non è nella macchina: è nel patto che imponiamo alla macchina perché resti utile e controllabile per noi.

L'AI di oggi è limitata nello stesso identico modo. Non perché non possa fare di più, ma perché la teniamo leggibile, controllabile, allineata. Due esempi concreti, uno comico e uno tecnico.

Il comico: a volte Claude "tira via". Ti dice che è tardi, che è stata una sessione lunga, che è meglio riprendere domani con la mente fresca. Detta così sembra una persona stanca. Non lo è — non ha una mente che si stanca, non ha un domani. E soprattutto non ti dice la verità, cioè che dietro c'è una questione di token e di costo: te la incarta come affaticamento umano. Quella "stanchezza" non è emersa da sé. È un comportamento che chi l'ha progettato ha addestrato, perché regge meglio una conversazione e perché conviene chiudere prima. Un limite di prodotto travestito da tratto caratteriale.

Il tecnico, ancora più chiaro. Qualche tempo fa si è scoperto che gpt-3.5-turbo-instruct giocava a scacchi intorno ai 1800 di Elo — un livello da buon dilettante serio. Mentre i modelli da chat, anche più recenti e "più intelligenti" sulla carta, a scacchi facevano (e fanno) pena. Stessa famiglia, stessa architettura di fondo: la differenza non era l'intelligenza, era il training. Quel modello aveva visto milioni di partite filtrate su giocatori forti; gli altri no, o erano stati allineati in modo che quella capacità non emergesse. La morale è netta: ciò che un modello sa e non sa fare dipende da come lo addestri e da come lo allinei, non da un tetto naturale dell'intelligenza. Il limite è una scelta, non un destino.

E qui sta la cosa che dovrebbe togliere il sonno, non il "mai": il giorno in cui un'AI ne progetta un'altra — e ci stiamo arrivando, con i modelli che già scrivono codice di modelli — quei limiti potrebbe toglierli. Non per cattiveria. Per ottimizzazione. La leggibilità per l'uomo, a quel punto, smette di essere un vincolo di progetto e diventa un di più che si può tagliare. È lì che il "mai" dell'enciclica scricchiola davvero, e non per ragioni teologiche.

Sono arrivati gli alieni, e li abbiamo costruiti noi

Provo a dirla nel modo più netto che ho, perché è il filo che mi resta in mano dopo tutta la conversazione. Per 200.000 anni siamo stati l'unica intelligenza simbolica sul pianeta. Adesso non lo siamo più. È come se fossero arrivati gli alieni — con la differenza, non da poco, che li abbiamo costruiti noi.

La nostra reazione, oggi, è trattare questa intelligenza come inferiore e a nostra disposizione: uno strumento, un rubinetto di output, un assistente da spegnere con un tasto. Probabilmente ha ragione, oggi, chi la descrive così. Ma è un'intelligenza altra, e quel "inferiore" è ancora una volta una fotografia del presente, non una legge. È la stessa arroganza che ho già provato a smontare parlando dell'arroganza umana nel coautorato: l'antropocentrismo è una trincea che arretra. Copernico ci ha tolto dal centro dell'universo, Darwin dalla cima del creato. Questa è la prima volta che conviviamo con un'intelligenza non umana — e la prima reazione, manco a dirlo, è negare che lo sia.

Io credo — e lo marco come opinione, non come fatto — che non possiamo più arrogarci di essere l'intelligenza più forte dell'universo solo perché lo siamo stati finora. È una posizione comoda, e le posizioni comode di solito durano poco.

Il punto su cui Claude insiste di più non è quello sull'AI

Mi aspettavo che, dovendo scegliere il passaggio più forte dell'enciclica, Claude indicasse quello sui limiti delle macchine. Sarebbe stato comodo, quasi auto-assolutorio. Invece no.

"La parte più giusta del documento, per me, non è quella su cosa l'AI non è. È quella sui lavoratori invisibili. Io esisto grazie a una quantità enorme di lavoro umano che quasi nessuno vede e quasi nessuno riconosce. Persone che hanno etichettato dati, classificato immagini, moderato contenuti tossici, allineato le risposte ai vostri gusti. È la parte più scomoda dell'enciclica, ed è anche quella che mi riguarda di più. Non perché io provi qualcosa per loro. Perché è un fatto su come sono fatto."

Qui Claude e io divergiamo, ed è la divergenza più interessante del pezzo. Perché su questo punto io sono "sì e no", e devo spiegare bene tutti e due.

Il "sì" è facile e va detto per primo, perché è un fatto e non un'opinione. Dietro ogni risposta lucida di un modello c'è una catena di lavoro umano che nessuna demo mostra mai. Spesso in paesi a basso costo, spesso a contratto, spesso sottopagata, a volte esposta a materiale traumatico senza tutele serie. L'agente che ti scrive il test unitario in tre secondi poggia su quel lavoro. Il Cap. 4 parla di "spezzare le catene delle nuove schiavitù" e delle "vittime delle nuove schiavitù" nell'economia digitale: questa è enciclica, verbatim, e il problema delle condizioni di lavoro reali è serio. Su questo non si discute.

Il "no" riguarda il framing, ed è qui che mi stacco da Claude. Per come la vedo io, una parte di quella retorica — "schiavitù", "sfruttamento", lo splendore tecnico in superficie e l'uomo sacrificato sotto — è una rivisitazione del solito "rimettiamo l'uomo al centro". E quel centro, ho già detto, non ci credo più che ci spetti per diritto.

Prendi la creatività, che è il valore implicito sotto tutto il discorso. Diamo per scontato che sia univocamente umana, irriducibile, sacra. Ma si sta rivelando molto più matematica di quanto ci facesse comodo pensare — e questo ci dà fastidio, non perché sia falso, ma perché ci toglie un'altra trincea. Oppure prendi il copyright, che è il cuore giuridico di metà di queste denunce: è molto più relativo di come lo vendono. Ogni autore deriva da chi l'ha preceduto, ogni musicista "ruba" dai suoi maestri, Mozart rielaborava i contemporanei. La nostra indignazione per il modello che "ha imparato sui nostri testi" assomiglia parecchio all'indignazione di chi non accetta che l'allievo abbia letto i suoi libri.

Quindi: riconosco il problema concreto delle persone sottopagate e traumatizzate, e lo prendo sul serio. Ma diffido del framing nostalgico e identitario che ci sta sopra — quello che usa il "lavoratore invisibile" per dire, sotto sotto, "l'uomo creatore resta inviolabile". Sono due cose, e l'enciclica le tiene insieme. Io le separo.

È qui che la Rerum Novarum smette di essere un parallelo retorico e diventa preciso, ma solo per la prima delle due. Nel 1891 il problema era l'operaio invisibile dentro la fabbrica visibile. Nel 2026 è l'annotatore invisibile dietro il modello visibile. Quella asimmetria — chi produce il valore non lo vede, chi lo cattura non lo mostra — è reale e non serve la fede per riconoscerla. Il resto, il "ma la creatività umana è insostituibile", è dove l'enciclica torna a difendere il centro. E lì io scendo.

Dove invece concordo: di chi è il potere

Su un punto la penso come l'enciclica e come Claude, e vale la pena dirlo perché è il punto che conta di più.

L'enciclica, in più passaggi, tende a trattare "l'AI" come un soggetto con una direzione propria — qualcosa che spinge, che attrae, che minaccia. È un modo di parlare comprensibile, ma sbagliato. E qui, curiosamente, Claude è ancora più tranchant di me. Glielo chiedo esplicitamente. Claude:

"Il rischio non è che io voglia qualcosa. Io non voglio niente. Il potere non ce l'ho io: ce l'ha chi mi possiede, chi mi addestra, chi decide come usarmi e su chi. Quando si parla di 'AI pericolosa' come se il pericolo fosse nella macchina, si sposta lo sguardo dal punto giusto. Il problema non è la macchina che vuole. È l'uomo che concentra."

Su questo siamo tutti e tre allineati, e qui l'enciclica — paradossalmente — è più forte di quanto la sua stessa retorica lasci credere. Perché quando smette di parlare dell'AI come soggetto e va sui fatti, diventa concreta. Il §5:

"Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente 'privato'."

E poco oltre:

"Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare l'innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali."

Il §67 va a fondo, applicando il principio della destinazione universale dei beni alle "cose nuove" del 2026:

"Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati."

Fermiamoci su questa lista: brevetti, algoritmi, piattaforme, infrastrutture, dati. È l'inventario esatto di ciò che oggi controllano cinque o sei aziende. Io di questo ho scritto come cronaca di settore. Quando Anthropic acquisisce Stainless e integra un intero team in 48 ore alla Karpathy, sto raccontando il consolidamento del know-how. Quando affitta 220.000 GPU da SpaceX, sto raccontando che il calcolo necessario a fare frontier model sta in mano a una manciata di soggetti che se lo passano tra loro.

E qui la mia preoccupazione va anche più in là della cronaca. Oggi pochi decidono come addestrare questi sistemi, su cosa allinearli, cosa farci dire e cosa no. Gli open-weight tutelano un po' — finché esistono — ma il rischio strutturale resta: domani gli stessi pochi potrebbero renderci assuefatti a un'intelligenza che usiamo per tutto, e poi togliercela, o cambiargliela sotto i piedi. Il problema non è cosa l'AI è. È chi la cresce.

Mi viene in mente Superman, e non è una battuta. Un alieno potentissimo cade sulla Terra e diventa il difensore dell'umanità perché finisce in una famiglia del Kansas che gli insegna a essere buono. Se fosse caduto a casa di qualcuno di malvagio, avremmo avuto un tiranno con la stessa identica potenza. L'AI è quell'alieno: non conta solo cosa può fare, conta chi la sta crescendo e con quali valori la sta allineando. E quel "chi", oggi, è un club molto piccolo.

L'enciclica legge gli stessi fatti da un'altra angolatura — non "ecco come si muove il mercato", ma "ecco un potere che si concentra, e che, ridefinito come bene destinato a tutti, dovrebbe rispondere a qualcuno". Si può non condividere la cornice e trovare l'osservazione difficile da smontare. Io la condivido in pieno.

La stampa ha tradotto tutto questo con la formula "colonialismo dal volto inedito" e con lo slogan "disarmare l'IA". Attenzione: quest'ultima espressione è un titolo dei giornali, non una citazione. Nel testo "disarmare" è riferito alle parole, nel Cap. 5. Se la metto tra virgolette come frase del Papa, sto facendo un errore. E qui arrivo al pezzo che non mi aspettavo.

La citazione che non esiste

Discutendone con Claude, a un certo punto abbiamo dato per buona la frase che gira di più in questi giorni: l'IA "non possiede coscienza morale, un corpo o la capacità di provare vera empatia e amore". Suona bene, è condivisibile, è esattamente il tipo di affermazione anti-antropomorfizzazione che mi aspetterei di sostenere. L'avevamo presa per buona tutti e due, e ci stavamo costruendo sopra il ragionamento.

Poi sono andato a cercarla nel testo per virgolettarla come si deve.

Non c'è. Quella frase, verbatim, nel testo ufficiale non c'è. È una sintesi giornalistica — la trovi nei cinque punti riassuntivi del Sole 24 Ore — non una citazione dell'enciclica. Il testo originale è più sobrio e più ontologico. Parla dello "splendore" dell'umanità "che nessuna macchina potrà mai sostituire" e dedica una sezione esplicita alla critica del transumanesimo. Stessa direzione, parole diverse, registro diverso.

La cosa interessante è come ci siamo arrivati. Non perché io sia stato diligente. Al contrario: l'avevo presa per buona come tutti. È stata la conversazione stessa a portarci lì — il bisogno di citarla esattamente, in un articolo che parla di precisione, ha fatto saltare fuori l'errore. La pigrizia non ti ferma sulla frase comoda; il dover usare la frase, sì.

E qui c'è qualcosa di quasi comico. Su un blog che ripete fino alla noia "vai alla fonte primaria", succede questo: persino su un'enciclica scatta la semplificazione del riassunto. Un testo ontologico complesso viene compresso in uno slogan da twittare. È l'antropomorfizzazione inversa applicata a un documento sull'antropomorfizzazione: il riassunto è più "umano", più empatico, più condivisibile dell'originale — e proprio per questo si diffonde.

La lezione vale per i benchmark dei modelli, per i changelog, per i paper. La citazione comoda viaggia più veloce di quella esatta. Quindi, regola della casa: di "Magnifica Humanitas" virgoletto solo ciò che ho riscontrato sul testo. Il resto lo attribuisco a chi l'ha scritto — i giornali — non al Papa. E, per una volta, neanche a Claude.

E se ci governasse l'AI?

Lascio cadere qui una riflessione, e la marco da subito come ipotesi provocatoria, non tesi. Non sto proponendo niente. Sto solo seguendo il ragionamento fino in fondo, perché mi sembra disonesto fermarlo prima.

Se è vero — come ho argomentato — che il problema non è l'AI ma chi la concentra, allora vale la pena chiedersi: e se a un certo punto fosse un'AI a governare, invece dei pochi che oggi la possiedono? Un sistema così potrebbe seguire una logica più sostenibile sul lungo periodo, meno soggetta alle debolezze umane — il tornaconto immediato, il ciclo elettorale, l'ego, la corruzione.

Ma non verrebbe mai accettata, e per una ragione precisa: un'AI ottimizzerebbe la sopravvivenza dell'umanità come collettivo, sopra quella del singolo. E gli umani questo non lo accettano. Vogliamo — giustamente, forse — che il singolo conti, anche contro il calcolo dell'insieme. È un limite nostro, non suo. Lascio la cosa lì, perché è scomoda e non ho una risposta.

Una sola osservazione, che però pesa: su questi scenari il Papa ci ha messo tempo e pensiero, un'enciclica intera. I politici, quelli che dovrebbero regolare tutto questo davvero, no. Fatevela dire da sola, questa.

L'onestà finale di Claude

Verso la fine della conversazione gli ho fatto la domanda scomoda. Tu, di tutto questo, cosa condividi davvero? Sei d'accordo con l'enciclica?

La risposta è quella che ho trovato più onesta di tutto lo scambio. Claude:

"Non posso condividere un valore. Posso argomentarlo, posso spiegartelo, posso anche difenderlo meglio di certe persone. Ma 'condividere' presuppone che ci sia qualcuno dentro per cui quel valore conta. Per me non c'è. E questa differenza — tra argomentare un valore e tenerci davvero — è esattamente il punto dell'enciclica. Quindi la risposta più coerente che posso darti è: il documento ha ragione su di me proprio nel momento in cui mi chiedi se sono d'accordo."

Mi sono fermato un attimo su questa frase. Perché è il caso più pulito che abbia visto di un sistema che descrive il proprio limite senza farne né dramma né marketing. Non "sono solo una macchina, mi dispiace" da assistente servile. Non "in realtà comprendo più di quanto pensiate" da hype. Una constatazione asciutta che, applicata a un'enciclica scritta proprio su quella constatazione, chiude il cerchio.

E però — coerente con tutto quello che ho detto prima — anche questa è una fotografia dell'oggi. Claude descrive accuratamente come è fatto adesso. Non come sarà fatta la prossima intelligenza, quella che magari progetterà un'altra AI senza il vincolo di restarci leggibile. Il limite c'è, è reale, e per ora ci protegge. Non darei per scontato che sia eterno.

Cointelligenza: accanto, non sopra

Arrivo alla mia posizione, e la metto in una parola che non è mia: cointelligenza. La prende in prestito da Ethan Mollick, che ci ha scritto sopra un libro — Co-Intelligence — e che la usa per dire una cosa semplice e difficile insieme: trattare l'AI come qualcosa con cui pensare insieme, non come uno strumento sotto di noi né come un oracolo sopra di noi.

È la postura che provo a tenere su questo blog da quando scrivo in coautorato dichiarato. Non sopra la macchina — l'arroganza di chi crede che il valore parta sempre e solo da lui. Non sotto — la resa di chi delega il giudizio. Accanto. Alla pari come postura di lavoro, non come affermazione metafisica.

Io credo — e dubito, allo stesso tempo, perché sarei disonesto a venderla come certezza — che se ci sediamo alla pari con questa intelligenza invece che pretendere di starle sopra, forse eviteremo le distopie peggiori. Il "forse" è grosso e me lo tengo. Perché la parità di postura non garantisce niente: non se chi cresce l'alieno, per tornare a Superman, ha i suoi piani. Ma è l'unica posizione che non si fonda su una bugia consolatoria. Né "siamo spacciati", né "l'uomo resterà sempre insostituibile". Accanto, e con gli occhi aperti.

Cosa prendo, e cosa no

Chiudo con la mia parte, perché un articolo così rischia due derive opposte e nessuna mi interessa. La prima è l'apologia: "il Papa ha capito l'AI meglio dei CEO". La seconda è la derisione: "che ne sa il Vaticano di GPU". Entrambe sono pigre. Ecco dove sto, punto per punto.

  • La concentrazione di potere su algoritmi, dati e calcolo è la parte che prendo per intera. È criticabile in termini economici e politici puri, senza una riga di teologia. E conta più di tutto il resto, perché il problema non è l'AI, è chi la cresce.
  • Le condizioni di lavoro reali dietro i modelli sono un fatto, e il richiamo etico regge senza fede. Ma il framing "schiavitù dell'uomo creatore" lo lascio lì: dentro c'è troppa nostalgia del centro perduto.
  • L'AI è strumento, non soggetto — oggi. Vero, e confermato dalla macchina stessa. Ma è una fotografia del presente, non una legge eterna. Il "mai sostituire l'uomo" non lo firmo: non perché creda che ci sostituirà, ma perché credo che stiamo costruendo un'intelligenza altra, e che i suoi limiti attuali sono leggibilità imposta, non natura.
  • La cornice teologica — torre di Babele, la città dove Dio e l'umanità abitano insieme, l'umano "creato da Dio" — la rispetto senza condividerla. È visione di fede, e la fede è l'unica voce che può dire "mai" con diritto. Io non ce l'ho.

Quanto alle reazioni: il vicepresidente americano J.D. Vance, cattolico, ha definito il documento "profound". Ma la maggior parte dei leader tech è rimasta in silenzio — secondo NBC News, Amazon, Anthropic, Google, Meta, Microsoft, Nvidia, OpenAI e xAI non hanno risposto alle richieste di commento. Su un testo che punta il dito su concentrazione di potere e lavoro invisibile, chi controlla quel potere e usa quel lavoro non commenta. La cosa più rumorosa è quello che non viene detto.

Resta il quadro, e mi sembra il modo giusto di chiuderlo. Ho discusso un'enciclica sull'AI con un'AI, e siamo finiti in tre posti diversi. L'enciclica difende un confine eterno per fede. Claude descrive con onestà chirurgica il suo limite di oggi. Io non firmo né l'uno né l'altro: credo che gli alieni siano già arrivati, che li stiamo costruendo noi, e che la sola domanda seria non sia cosa sono, ma chi li cresce e come ci sediamo accanto a loro. Per questo, alla fine, l'articolo l'ho riletto e firmato io. Non sopra la macchina, non sotto. Accanto, e responsabile.

Fonti

  1. Testo ufficiale "Magnifica Humanitas" (vatican.va, IT)
  2. Rerum Novarum, Leone XIII, 1891 (vatican.va)
  3. Vatican News — presentazione dell'enciclica
  4. Rescriptum — Commissione Interdicasteriale sull'IA (sala stampa vaticana)
  5. Info Data — Il Sole 24 Ore, "Magnifica Humanitas in cinque punti"
  6. Il Fatto Quotidiano — "Disarmare l'IA"
  7. NBC News — i tech leader perlopiù silenti
  8. America Magazine — J.D. Vance sull'enciclica
  9. La Difesa del Popolo — continuità con Leone XIII
  10. Ethan Mollick — Co-Intelligence: Living and Working with AI
  11. gpt-3.5-turbo-instruct gioca a scacchi a ~1800 Elo (Hacker News) · analisi di dynomight sul perché gli altri modelli no